AL LAVORO CON LEO
intervista a Marco Sgrosso

Come hai iniziato con Leo?

Ho iniziato a lavorare con Leo nel 1985, nel primo "King Lear – studi e variazioni", uno spettacolo bellissimo e pochissimo visto.
Era la sua terza produzione con Nuova Scena, ed in occasione della ristrutturazione del Teatro Testoni di Bologna, Leo aveva approfittato dello smantellamento del teatro per ideare uno spazio scenico straordinario che utilizzava non soltanto lo spettacolo ma anche tutta la platea, dipinta di bianco, con un numero ristretto di spettatori sistemati su una gradinata montata a fondo platea.
Lo spazio del Lear era dunque profondissimo e molto astratto, sullo zoccolo del proscenio era montato un lungo specchio che rifletteva la platea bianca, dove erano situati un vero albero secco rovesciato e alcuni elementi sonori, sorta di chitarroni-arpe in metallo che noi attori suonavamo recitando versi di Shakespeare per dare voce alla tempesta che coglie Lear quando viene scacciato dal palazzo da Gonerill e Regan, dopo aver esiliato Cordelia e diviso il suo regno tra le due figlie ingrate. In fondo al palcoscenico era montato un velatino che – a seconda dell'illuminazione (strepitose come sempre le luci di Maurizio Viani) – poteva diventare muro oppure essere trasparente e rivelare un ulteriore settore di spazio lontanissimo.
Ricordo ancora con emozione la scena straordinaria della cacciata di Lear, con Gonerill, Regan e Gloster dietro il velatino che venivano letteralmente cancellati lentamente dalla luce che lo rendeva muro bianco, mentre Leo-Lear rimaneva solo in platea con il Fool, esiliato.
In platea c'era anche un inquietante cubo nero di plexiglass, in cui – interpretavo il bastardo traditore Edmund – andavo a morire con un effetto di luce che dava l'idea che io fossi chiuso in questo cubo di vetro, con le mani aperte come a spingere su una parete immaginaria.
Palco e platea erano collegati da una sorta di scivolo-passerella obliqua, che rendeva lo spazio ancora più complesso e ricco.
Questo Lear è uno degli spettacoli con Leo che ho amato di più, sia per la scoperta del lavoro con lui, che mi aveva letteralmente stregato, sia perché credo che sia stato davvero uno spettacolo indimenticabile. Anche l'atmosfera creatasi con gli altri compagni di lavoro – molti dei quali hanno poi continuato con Leo assieme a me per molti anni – era bellissima.
Anche in seguito ho pensato spesso di essere stato molto fortunato ad aver potuto iniziare così la mia avventura nel teatro...

Come si lavorava con lui? Qual'era il suo metodo di lavoro?

Ho lavorato con Leo per circa 15 anni, e nel corso del tempo il lavoro con lui ha subìto diverse trasformazioni. Lui è cambiato, io sono cambiato, le cose in genere cambiano. Quindi non potrei testimoniare di un unico metodo di lavoro, anche se ovviamente c'è sempre stato un filo conduttore che era poi il nucleo della sua poetica teatrale.
All'inizio – nel citato "Lear" in particolare, ma anche in spettacoli successivi – Leo mi e ci dirigeva molto e con molta attenzione. Delle prove del "Lear" – che erano per me un regalo della natura, tanto da detestare la scadenza sindacale del 'giorno libero' settimanale – ricordo in particolare la sua grande lezione della musicalità della parola teatrale e del verso shakespeariano, una sorta di vera e propria partitura sonora, sia all'interno della battuta singola di ogni personaggio, che per quanto concerneva i dialoghi. Ad esempio, ricordo molto nitidamente le prove dei dialoghi tra Gonerill e Regan, con la ricerca veramente musicale dei diversi registri vocali, quello caldo di contralto di Elena Bucci (Gonerill) e quello più squillante, a tratti stridulo di Fernanda Hrelia (Regan).
E così anche per gli altri attori e gli altri personaggi. Era entusiasmante per me, per noi, scoprire questa visione della parola-musica, dove anche il calcolo di dove prendere respiro tra una frase e l'altra era importante e necessario per ottenere l'effetto voluto.
Leo era un gran signore, un regista che non alzava mai la voce, sempre (o quasi sempre) cortese con tutti, attori e tecnici, ma era anche molto esigente. Dava ad un attore un tempo per 'digerire' e far propria un'indicazione, ma non troppo... era un lavoro impegnativo, le cose che non funzionavano alla quarta o quinta prova venivano accantonate.
Era un regista che dava coraggio, ma a tratti la sua severità silenziosa poteva inibire e anche a volte bloccare un attore, non c'era tempo per essere distratti.
Io mi sono sempre trovato benissimo con lui, c'era un potente feeling artistico tra noi, ma non era così per tutti. Andando avanti con gli anni, Leo si fidava sempre più di me, della mia capacità di essere alla fine come lui voleva e mi dava tempo e spazio, mi lasciava maturare e anche 'modificare' le sue indicazioni.
Questa cura musicale della parola direi che è stata sempre una costante del suo lavoro, anche negli anni successivi, anche quando – in anni più recenti di quel lontano 1985 – ha diretto con minore entusiasmo.
Anche sul gesto era preciso, esigente. Nei primi spettacoli quasi non potevamo muovere una mano o un braccio, detestava (giustamente) i movimenti a caso e non strettamente necessari, e aveva ragione: sporcavano la sua partitura. Col tempo, con la fiducia crescente accordata ai suoi attori 'storici', anche nel movimento siamo diventati molto più autonomi, propositivi e originali, fino all'esplosione di "Scaramouche", dove ognuno di noi aveva veramente creato e inventato la propria maschera, sia pure sotto la guida attenta di Leo.
Una costante del suo metodo era il rifiuto assoluto di ogni 'psicologismo', detestava la parola 'personaggio' e ci parlava piuttosto di 'stati di coscienza', cioè di zone dell'animo umano necessarie perché una vicenda (che non era mai la tanto da lui aborrita 'trama') potesse avere il suo corso, e gli interessava una storia solo in quanto metafora e percorso di una trasformazione dell'uomo.
Ci lasciava liberi di pensare, ispirarci, concentrarci come volevamo, purché fosse raggiunto 'quel' risultato che lui voleva.
Io ad esempio – che credo di essere invece un attore molto 'psicologico' – pensavo proprio al personaggio, alle sue sfaccettature, alla sua umanità, eppure non ho mai avuto problemi di intesa con lui, tutto tra noi funzionava alla perfezione, fermo restando che naturalmente non ho amato tutti gli spettacoli fatti insieme con la stessa intensità.

Quanto ti è rimasto della sua lezione?

Difficile rispondere a questa domanda in poche righe. Certamente tanto, e altrettanto certamente abbiamo – credo tutti noi che in qualche modo siamo stati sue creature e che poi abbiamo proseguito una via autonoma – dovuto staccarci dal suo fantasma creativo.
In breve, posso dire che della sua 'lezione', in particolare mi resta un profondo senso etico (e quindi quanto mai moralistico) del teatro, la serietà e la professionalità del lavoro, il rispetto profondo ma non ottuso e non sacro della tradizione, il senso musicale dell'accadimento teatrale, ed anche l'idea che il palcoscenico è piuttosto una metafora dell'universo che non la banale rappresentazione di un interno borghese o popolare che sia. Leo diceva spesso che un attore si rivela da come 'cammina' in scena, i passi in palcoscenico sono percorsi nell'universo – interiore o metafisico – e non passeggiatine in finti interni o finti esterni. Credo abbia perfettamente ragione, anche nella trasposizione di un testo moderno o contemporaneo, è quasi sempre ridicolo e riduttivo vedere il finto-vero. Anche lì si parla, si deve parlare e mostrare qualcosa dell'uomo che va oltre la vicenda stessa narrata.

Il lavoro con lui che ricordi con maggior piacere...

Come ho detto prima, non ho amato tutti gli spettacoli fatti con Leo allo stesso modo, e questo credo sia naturale... Alcuni – confesso – li ho addirittura detestati, anche se in fondo io riesco ad amare un po' tutti i lavori cui partecipo.
Il primo "King Lear", quello citato prima, è stato uno dei più amati.
Ma anche il secondo "Lear", quello 'frantumato' del 1996, è per me una pietra miliare nella collaborazione con Leo, con un metodo ed un'atmosfera di lavoro quasi diametralmente opposti rispetto alla prima messa in scena, essendo qui subentrate le maschere (dopo la bellissima esperienza di "Scaramouche"), la colonna sonora trascinante di Dybbuk di Moni Ovadia usata come continuo stimolo ispirativo, il doppio palchetto della commedia dell'arte, e – soprattutto – una fase umana di Leo completamente differente da dieci anni prima.
Ho amato moltissimo anche "Scaramouche", naturalmente, e poi "Quintett", una produzione più piccola ma non meno intensa, basata sui tragici greci e realizzata con quello che io considero il 'vero' nucleo storico della compagnia di Leo (e cioè Elena Bucci, Francesca Mazza, Gino Paccagnella ed io), dove Leo aveva dato ad ognuno di noi la possibilità di scegliere la propria 'tragedia', che lui aveva poi mirabilmente intrecciato insieme con il filo conduttore della discesa agli inferi di Orfeo in cerca di Euridice. Uno spettacolo bellissimo, dove per la prima volta Leo cominciava a mettere in atto con noi la sua esortazione e la sua teoria dell'essere attori-autori.

Quanto è difficile rendere viva la sua tradizione in scena?

Non so, non posso rispondere. Per me mantenere viva la sua tradizione in scena significa molto semplicemente rispettare l'etica professionale che mi ha insegnato. La serietà dell'approccio al lavoro, la 'fede' in quello che si fa, la consapevolezza e la 'cura' dello e nello stare in scena... Per il resto, Leo era unico ed era lui, io sono un'altra persona, e quindi penso sia giusto conservare dentro il suo insegnamento, le sue parole, ma proseguire il mio cammino nel teatro, aperto alle possibilità e alle curiosità di quanto accade...

Quanto ti manca e quanto manca al teatro?

Leo mi manca, certamente. Mi manca soprattutto il confronto con lui, con la sua opinione nel lavoro che sto portando avanti, mi manca vederlo in scena. D'altra parte, io mi ero in qualche modo 'staccato' dal suo lavoro poco prima che l'assurdo caso che gli è capitato lo mettesse in condizione di non poter più operare teatralmente. Avevo già scelto di dare la precedenza alla mia via 'autonoma' ed al lavoro nella Compagnia che ho fondato con Elena, pur non escludendo la possibilità di continuare in parte – se possibile – la collaborazione con lui, ma certo so bene che non sarebbe stato così semplice e indolore conciliare gli impegni. Il tempo di ogni stagione teatrale è uno, ed inoltre Leo era in parte orgoglioso della nostra autonomia crescente ma anche molto possessivo, come ogni padre-maestro. Non sarebbe stato affatto semplice, e – nell'alternativa – io avevo già scelto l'altra via...
Al teatro in genere, invece, al teatro in Italia, credo che Leo manchi moltissimo. Era una figura unica, di immenso spessore artistico e anche di grande spessore politico. Un artista come lui sarebbe necessario in ogni generazione teatrale...

Qualche aneddoto particolare...

Non so, ce ne sono tanti, troppi...

È vero che non era mai contento dei suoi lavori?

No, non è vero. Non so quanto nel suo intimo fosse 'convinto' allo stesso modo di tutti i suoi lavori, certamente di alcuni era più soddisfatto che di altri, ma è anche vero che Leo era un perfezionista ed arrivava al debutto sempre abbastanza convinto del risultato. E lo dimostra il fatto che – tranne casi molto rari – non amava rimettere in prova un lavoro né modificarne la struttura. Come dicevo prima, i suoi spettacoli erano partiture precise, e anche nelle repliche di tournèe lui era molto attento a che questa precisione fosse rispettata e conservata.

Che progetti aveva?

Non saprei dirlo bene. Quando si è fermato, aveva il problema di ricostruire, forse addirittura di 'rifondare' una sua compagnia. Tutti noi attori 'storici' – per diversi motivi – avevamo preso altre strade, e sono sicuro – anche se lui non lo avrebbe mai ammesso – che questo fatto lo avesse immalinconito ed in parte demotivato. Penso che non avesse più il desiderio né l'energia di ricostruire una compagnia, di ricominciare daccapo ad inculcare un po' alla volta la sua poetica artistica, si era ovviamente abituato a risposte certe e immediate di un livello che – per motivi assolutamente naturali – era impossibile che riscontrasse negli attori più giovani che aveva intorno negli ultimi anni. Al tempo stesso, riteneva giustamente 'salutari' i cambiamenti e le rinascite, e quindi questa contraddizione penso fosse un dilemma ancora non giunto a soluzione quando gli è capitata la disgrazia che lo ha fermato. Anche se mi rendo conto che è del tutto 'illogico', mi è capitato di pensare che – mago come era – non sia stato del tutto casuale questo 'fermarsi' in un momento in cui era certamente prossimo ad una 'svolta' artistica...

Fare uno spettacolo su di lui...

Uno spettacolo 'su' Leo? Non ci ho mai pensato, non lo farei mai. Leo vive quotidianamente in me tutte le volte che vado in scena. Ovviamente non sempre ci penso distintamente, ma è sempre dentro, è parte del mio corpo, della mia voce, del mio pensiero in scena. In questo senso, tra l'altro, mi manca sì, ma meno di quello che avrei creduto, perché per me c'è...

Il lavoro con tanti registi?

Questa domanda non l'ho capita... il mio lavoro con tanti o altri registi?
Non ho lavorato con moltissimi registi, ma in genere sempre in grande armonia.
In particolare, ricordo con grande stima ed entusiasmo il lavoro con Francesco Macedonio, il più amato insegnante alla Scuola di Teatro, regista della vecchia scuola e della tradizione, ma capace di una poesia e di una tenerezza rude indimenticabili. Diceva che un regista non può lavorare bene con un attore se non è almeno un po' 'innamorato' di lui, professionalmente s'intende. Un mago della recitazione, che mi dirigerà nei prossimi mesi nel "Sottotenente Gustl" di Arthur Schnitzler.
Poi ho lavorato con Mario Martone ("Woyzeck"), Cesare Ronconi ("Otello e le nuvole"), il grande Raul Ruiz, un incontro folle, disordinato ed entusiasmante, e nel "Riccardo III" con Claudio Morganti, che penso sia uno degli attori-creatori più strepitosi che abbiamo in Italia, inspiegabilmente e criminosamente ignorato da critici, produttori e direttori di teatri e circuiti.
Come Leo, anche se in modo molto diverso, Claudio è un artista unico, di cui ogni epoca e paese che si rispettino dovrebbero andare fieri, e invece...
Ecco, anche qui c'è molto della lezione di Leo... il teatro 'vero' e quello celebrato spesso non sono in sintonia, e la Storia ci racconterà molte, ma molte balle!!!


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