Elena Bucci, o di un'anima parlante: "Recensito" incontra l'attrice premio Ubu
Francesca Pierri - 29 gennaio 2017

 

Elena Bucci ha una voce cadenzata, ragionata, consapevolmente femminile. Al telefono si preoccupa di non essere stata chiara e puntuale perché il teatro le ha insegnato prima a parlare con l'anima; pare essere ignara che invece la sua sia una parola palpabile, docile e onesta che merita il tempo di un impegno per essere letta.

 

Dimmi di una forza segreta e godibilissima, Thomas Mann riteneva il successo "la convinzione di influire sui moti della vita col solo fatto della nostra esistenza, la fede nell'arrendevolezza della vita in nostro favore". Pensi anche tu di essere tanto ostinata, di poter tenere saldamente le sorti delle tue capacità? Cosa si ha in mano quando si ha successo?

Ho ragione di credere che il concetto di successo sia ascrivibile alla vita di tutti, ognuno dovrebbe farsi carico delle proprie responsabilità, conoscersi, assaporare quel gusto enorme che c'è nel non limitarsi ad esistere, quando riusciamo a fare una cosa perché pensiamo che dobbiamo farla e impieghiamo le nostre energie. Possediamo un intuito specifico che ci porta a metterci in gioco e questa possibilità ce l'abbiamo quotidianamente. Io non ho mai pensato di cercare il successo e intenderlo come fama e popolarità, per me il teatro ha sempre rappresentato uno strumento per influire sulla vita intorno a me. Il successo è insito nell'atto artistico, nella sola tensione a restituirlo al meglio delle proprie possibilità, tutto quello che facciamo lascia un segno nel mondo se viene da qualche impulso autentico. La volontà è quanto ci differenzia gli uni dagli altri, siamo chiamati a lasciare un'impronta. Allo stesso tempo, però, è accaduto che alcune tra le migliori opportunità si siano presentate quando mi sono arresa alla vita e mi sono fidata.

Il Destino è lo sposo fedele della Fortuna? Quanto dovremmo badare al loro matrimonio?

Chi di noi può dire guardandosi dentro che è in grado di capire il valore dell'altro e, prendendone coscienza, svelarlo al mondo? E quanto complicato sia assegnare meriti e responsabilità? È necessario avventurarsi con cautela nei concetti di Fortuna e Destino sui quali hanno ragionato millenni di religioni e filosofie. È in nostro potere influire su di essi ma anche esserne soggiogati, abbiamo dentro il campo del tutto vero e del tutto falso. Penso che molto dipenda da che cosa facciamo di quello che ci capita, di opportunità e incidenti. Io sono stata sicuramente fortunata quando molti anni fa entrai in un teatro per accompagnare una mia amica che intendeva promuovere un suo spettacolo di danza proprio mentre Leo [De Berardinis, ndr] stava cercando degli attori. Spontaneamente non l'avrei mai fatto, mi sarei vergognata. È fortuna? Oppure destino? Quando ho fatto il provino (che in realtà è stato un vero momento di conoscenza molto approfondito) è stato lui a scegliere o ci siamo scelti reciprocamente?.

Il tuo percorso ti ha permesso di esperire il lavoro all'interno di una compagnia e quello individuale. Qual è la migliore condizione per il tuo spirito? Soli si percepisce meno il rumore delle menti degli altri?

Si trae felicità in ogni dimensione. Quando ho lavorato con Leo è stata un'emozione immensa, ho dovuto imparare e mi sono trovata di fronte l'opportunità di fare esperienza in una tradizione antica di teatro indagando al tempo stesso la sua mente libera che rinnovava ogni cosa pur consegnandoci gli strumenti del nostro mestiere, ho avuto vicino il nuovissimo e l'antichissimo. E poi ho sentito l'esigenza di creare la mia compagnia Le Belle Bandiere perché nella mia insoddisfazione non viveva una sua mancanza ma una necessità di autonomia che lui stesso aveva contribuito a creare; nonostante la sua gelosia, ci ha creati attori liberi. Liberi di proporre, di improvvisare e scrivere, pretendeva che fossimo i responsabili e gli ideatori di noi stessi. Un cordone ombelicale che si è reciso anche con i giovani attori della mia compagnia, una volta che hanno desiderato di intraprendere un percorso autonomo. Il teatro si fa insieme agli altri, da fuori e dall'interno, occorre riconoscersi negli altri e conoscersi, sapere che il lavoro è realizzabile grazie a una collaborazione. Allo stesso modo accade che nell'intraprendere un progetto si abbia una tale fiducia in intuizioni vivide su cui trainare gli altri, avere la forza di coinvolgerli come fossero le loro, sperando sia utile per la crescita di ognuno.

L'anno appena passato ti ha premiata due volte [premio Ubu, migliore attrice; premio Duse] e per due volte hai dedicato la tua gratitudine alle donne. Quali, chi sono per te?

È un premio intelligente il Duse, pur essendo dedicato al femminile si mantiene molto al di là delle sterili distinzioni di genere. Mi ha dato grande felicità, ha ampliato il mio senso di responsabilità. Le donne della mia terra lo meritavano, l'ho dedicato a loro e a Eleonora Duse presentando in diretta un testo nuovo che include miei diversi lavori: una singolare forma di ringraziamento nella quale donne sconosciute che io ammiro incontrano donne di successo. Si scopre che ognuna ha coltivato la propria "pianta interiore" con cura e tenacia. L'Ubu mi ha stupita notevolmente e restituito enorme gioia che spero di aver diffuso ai miei collaboratori, dedicandoglielo. Per la novità della trasmissione in radio registrazione ho scelto un brano di Bimba - inseguendo Laura Betti. Mi è stato chiesto cosa mi affascinasse della sua personalità e ho risposto "il cattivo carattere"; mi pare una forma di resistenza e originalità. Vengo da una famiglia di contadini e da una terra romagnola dove c'è stata una fortissima resistenza all'omologazione, un matriarcato di donne diverse le une dalle altre con un carattere mostruosamente forte e singolare, continuo ancora oggi ad ammirarle con affetto e vicinanza e allo stesso tempo con timidezza reverenziale.

Che carattere ha la tua terra? È gentile con il teatro (e con Elena Bucci)?

Mi sento estremamente romagnola ed estremamente apolide, me ne sono andata dalla Romagna ed eternamente vi ritorno. Collaboro con i grandi teatri ma anche con dei teatri minuscoli e poverissimi, mi piace fare così ed è importante perché non mi abitui ai privilegi e per contribuire a radicare il teatro in ogni luogo della terra. Quando si ha un progetto bisogna andare e cercare di sacrificare il meno possibile il proprio lavoro. Per tenacia ho lottato perché riaprisse il teatro comunale del mio piccolo paese, il Rossi, così si chiama, è significato l'avverarsi di un sogno. Oggi, là, non abbiamo una direzione artistica ma la gente si riconosce nel nostro operare, è grata; quando il teatro è libero proviamo al suo interno, sarebbe stato bello dargli l'autonomia di un centro di produzione e accoglienza ma ho imparato che ci si deve accontentare. Dopotutto, il giorno dell'apertura hanno venduto gli abbonamenti in pochi minuti, c'era talmente tanta attesa: li avevamo abituati a seguire il teatro ovunque, per le campagne, valorizzando alcuni periferici stabili abbandonati.

Vorrei che la tua somigliasse alla mia storia. Abito in piccolo paese [Sant'Elpidio a Mare, ndr], di quelli da cui ci si diverte a scappare per sentirsi liberi e adulti molto più ostinatamente che da un genitore. Un giorno si giocava ed è finita che è scappato più lontano il teatro. Il suo spazio, il Teatro Cicconi, è chiuso da tre anni.

Conosco quel teatro, ci portammo I giganti della montagna nel '94 e una decina d'anni dopo Il berretto a sonagli di Pirandello. Chiedi aiuto ai tuoi conterranei. Create dei progetti. Di' alla persone che non sono state abbandonate, fa' in modo che sentano che nel loro posto ci possono essere delle cose. La funzione del teatro è accogliere e partecipare, sia emotivamente che razionalmente, possa esso essere estremamente piccolo o estremamente grande. Il lavoro di sostegno alla cultura non è un lavoro facile, necessitiamo di persone colte e capaci e dunque capiterà di battersi contro un nemico violento e maleducato, non bisogna soccombere ma prendere le misure per un'azione competente e generosa.

Un'azione competente e generosa misurata per gli oltre cento teatri delle Marche. Tu non l'ignori affatto questa regione.

C'è stata una lunga e intensa collaborazione con la regione Marche. Insieme a Gilberto Santini [Direttore di Amat, Associazione Marchigiana Attività Teatrali, ndr] addirittura collaborammo per uno dei primi progetti sul Macbeth, dieci anni fa fino a Locandiera che lo scorso anno, dopo essere stata al Teatro Nazionale di Pechino, è passata da Fermo. Continuiamo a viaggiare per la regione con degli spettacoli più agili, adatti a valorizzare i teatri più piccoli ma di gran pregio, attivando soprattutto la collaborazione con gli studenti attraverso i progetti di Luca Ferrati. Apri il varco del dialogo, le Marche hanno teatri e spazi teatrali alla cui bellezza non arriva l'immaginazione.

E la tua di immaginazione dove arriva? La tua è una drammaturgia sentimentale o eventuale?

Sono due estremità della stessa emozione. Di solito mi attraversa un'intuizione fulminea, da brivido e sento che devo appropriarmi di quella sensazione, che mi sta indicando una direzione. Parlando di Laura Betti, ho iniziato a conoscerla attraverso la scrittura avvicinandomi alla sua persona, ho attraversato il suo sentire che si opponeva al conformismo femminile della sua epoca. L'ho vista diventare vestale di un poeta come Pasolini ma con grande dignità, mai sottomettendosi alla sua autorità maschile. Creare assomiglia a un'onda di ispirazione che si infrange sulle percezioni verso cui ho entusiasmo, devo raggiugere uno stato di lucida e allo stesso tempo ispiratissima follia nella quale sentire il pensiero e lo spirito del lavoro futuro. Eleonora Duse, ad esempio, è stata trasmessa dalla storia come un individuo suscitante eventi sentimentali, storie amorose, romanticismo della scena e invece era pregna di una capacità capocomicale innovativa. Pensa che rifiutò la sua partecipazione al teatro stabile di Roma perché non voleva essere uno specchietto per le allodole a quel tempo di un teatro di soli uomini dei quali nessuno attore o capocomico. Far precipitare insieme in un unico atto essere ideale, pensiero e sentimento, forse questo è la drammaturgia.

 

 

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