Francesca Radaelli per "Il Dialogo di Monza", 17 marzo 2016

 

Un bar che è anche un circo, e che sembra attraversare epoche e luoghi lontani. Vi si fermano persone apparentemente ordinarie che, spinte da una forza misteriosa, si raccontano mettendosi a nudo. E rivelandosi ‘piccoli eroi dell’Occidente’.
Al Teatro Binario 7 di Monza sabato 19 e domenica 20 marzo approda Barnum, un intenso monologo scritto e interpretato da Elena Bucci, prodotto dalla Compagnia Le Belle Bandiere, e accompagnato dalle musiche di Dimitri Sillato, che sul palco suona tastiera e violino.
Regista, attrice, autrice di drammaturgie originali, vincitrice nel 2000 del Premio UBU come migliore interprete, Elena Bucci ci ha raccontato così questo particolare ‘spettacolo in movimento’.

 

Circo e bar, scenografia e motore dello spettacolo, che posto è il tuo Barnum? Esiste per davvero?

Inizialmente tutto è partito da un luogo reale, uno di quei luoghi in cui persone che non si conoscono incrociano le loro strade, in cui all’improvviso si parla con una persona sconosciuta come se la si conoscesse da sempre, per poi magari non incontrarla mai più. Sì, luoghi di questo tipo esistono anche nella realtà. Io, estranea all’ambiente dei bar, a un certo punto mi sono trovata in uno di essi, un bar molto particolare, in cui mi sono abbandonata a una speciale forma di fantasia. Ho iniziato ad osservare persone che non conoscevo, ad ascoltarne i discorsi. A partire dalla mescolanza di vite vere hanno cominciato a prendere forma i personaggi. Il progetto originario, da cui è scaturito tutto, si chiama ‘Autobiografie di ignoti’.

C’entra qualcosa anche Phineas Barnum, il creatore del grande circo americano?

In parte sì, anche se il titolo è rubato da un luogo vero, anche se nascosto. Il titolo dello spettacolo porta con sé la componente del circo e evoca il susseguirsi dei ‘numeri speciali’, dei salti mortali e delle giocolerie che costellano la nostra vita. Ognuno di noi ha dei racconti topici, che hanno segnato delle tappe importanti del suo cammino e che ritornano vivi alla memoria al momento dell’incontro con persone nuove. Ognuno ha una sua epica, unica e sorpendente.

Barnum è il luogo in cui questa epica prende corpo e voce?

È senza dubbio un simbolo, un luogo dell’anima. Ci sono dei momenti nei quali riusciamo a parlare con qualcuno, a osservare qualcuno, o anche a mettere a fuoco noi stessi con una limpidezza particolare. E ci sembra di essere sospesi nel tempo e nello spazio, fuori dal consueto ritmo quotidiano. In quel momento prendono corpo, come se si scrivessero da sé, delle storie, dei ricordi. Quel tipo di concentrazione ha fatto sì che nascessero i personaggi dello spettacolo: nessuno di questi è vero, nessuno è falso.

E tu li interpreti tutti…

O meglio: io interpreto una me stessa ‘teatrale’ che arriva nel bar e pian piano si fa attraversare e trasformandosi in loro.

Ma chi sono questi ignoti, di cui hai voluto i qualche modo scrivere l’autobiografia? C’è un tratto che li accomuna?

Penso che, come evoca magistralmente Virginia Woolf in Orlando, noi siamo fatti di molte identità, di molti io. Non è una patologia, è una ricchezza. E nel mio Barnum indago la possibilità di essere meno lineari, di potere lasciare intravvedere le tante storie che siamo. Le persone che intrecciano le loro storie sul palco sono tutte persone che possono essere giudicate normali, soltanto per scoprire che la normalità è una condizione che comprende sempre tutti gli elementi dell’eccezionalità, Tutti loro rischiano solitudine, critiche e dolore, pur di provare ad essere quello che sono. Sono in cerca del loro essere più resistente e autentico, tra tutti i possibili io che siamo. E già questo nella vita è una grande impresa, credo. Lasciarsi vedere come si è di momento in momento mi sembra già un’impresa eroica.

Li hai definiti ‘i piccoli eroi dell’Occidente’…

L’idea dello spettacolo è nata proprio quando ho cominciato a percepire la presenza di una gabbia, un conformismo sempre crescente, una paura sempre maggiore di far vedere le emozioni, esprimerle, essere diversi gli uni dagli altri. A me invece piace tanto quando le persone riescono a mostrarsi nella loro originalità, che spesso risulta eccentrica e sorprendente. Mi sento più libera, mi diverto, spero.

I tuoi personaggi prendono vita e si raccontano in un luogo magico, in un bar dall’atmosfera tutta particolare, davanti a un barista muto. Che cosa pensi invece dei luoghi virtuali che, soprattutto attraverso Internet, sono entrati a far parte della quotidianità di molte persone e del racconto di sé che in questi luoghi viene fatto?

Personalmente non sono affatto contraria alla tecnologia e penso che, anzi, offra importanti possibilità di relazione e conoscenza per persone che altrimenti sarebbero isolate, in questa Italia che cancella treni e vie di collegamento. Ma come non si può pensare che il teatro possa essere sostituito dal cinema e della televisione, così i luoghi di incontro reali non possono essere sostituiti da quelli virtuali. E soprattutto non si può rinunciare alla forza di un incontro ‘dal vivo’, che sia in un bar, una strada o un teatro. Poi il bar per me è una sorta di pretesto, un luogo dell’anima appunto, in cui si concretizzano le storie di questi eroi normali. Storie che magari sembrano banali ma si rivelano molto più avventurose e interessanti del previsto grazie alla sensibilità e alla ricchezza con cui vengono vissute. È questo ciò che fa la differenza, come mi piace dire nel testo: ognuno può essere principe o principessa, re o regina della propria vita.

Tra quelle che racconti, c’è una storia a cui sei particolarmente affezionata?

C’è una storia alla quale il pubblico spesso si affeziona: quella di Monica, che non ha studiato, ma ha una capacità ‘telepatica’ di ascoltare i pensieri, si innamora della poesia, della letteratura, e non può farne a meno, anche se dall’esterno la sua vita appare piatta e banale. E poi la storia Ofelia, che invece si innamora di un bagnino e finge di annegare per essere notata, il sognatore e poeta che rinuncia ad esprimere il suo talento, un uomo con la redingote nera che parla soltanto alla fine illuminando di nuova luce il bar. E tante altre…davvero, per me è quasi impossibile sceglierne una in particolare. Voglio bene a tutti loro.

Sei autrice di uno spettacolo che stai portando in tour ormai da parecchio tempo. Il testo è rimasto uguale a quello della prima rappresentazione?

Proprio questa mattina (lunedì 14 marzo, ndr) ero a un convegno, dove ho incontrato una persona molto paziente che vuole editare i miei testi. Ma io non voglio darglieli! Come faccio, dico, se sono sempre in movimento? È vero, ormai il testo di Barnum si stabilizzato, però ogni tanto spunta un personaggio nuovo, che magari ho già scritto ma ancora non ha debuttato. Oppure la parte di un personaggio si allunga, quella di un altro si accorcia. Succede come nella musica jazz, e non è un caso che la musica abbia un ruolo così importante nello spettacolo: anche in Barnum c’è una partitura, ma non è definita una volta per tutte nei particolari. Insomma, è veramente uno spettacolo in movimento. Ed è molto difficile fermarlo e ‘fissarlo’ da qualche parte. Come la mia vita e, ancora di più, il romanzo che sono le vite degli altri.

 

 

 

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