Le Belle Bandiere
in collaborazione con
Regione Emilia-Romagna, Provincia di Ravenna, Comune di Russi
 
BARNUM
progetto "Autobiografie di ignoti"
 
testo, regia, interpretazione Elena Bucci
 
al pianoforte Dimitri Sillato
 
cura del suono, registrazioni e interventi elettronici dal vivo Raffaele Bassetti
inserti musicali Andrea Agostini
luci Loredana Oddone
macchinista al bar Giovanni Macis
lampade Claudio Ballestracci
collaborazione ai costumi Marta Benini
assistente all'allestimento Nicoletta Fabbri
pubblico in prova Daniela Alfonso
foto di Piero Casadei 
 

 

Seduta a un tavolino di un bar guardo la gente che passa, beve, parla, beve, tace, guarda, pensa, beve, ride, se ne va. Nel mio bar è sempre notte tarda, quando gli ignoti appaiono orfani o profughi, naufraghi dall’Occidente.
Fantastico sulle loro vite, su tutte le infanzie e tutte le morti.
Intravedo i sogni inquieti e i legami. In loro mi perdo, mi moltiplico, mi dimentico.
Una patologia, un difetto? Mi sembrano re e regine, principesse e principi prigionieri dell'incanto. Il bar somiglia al mondo d’Occidente che muore. Dove sono gli assassini?
Sto lì come un vampiro inoffensivo, un affettuoso testimone.
 
Il progetto "Autobiografie di ignoti" è un racconto in musica che non finisce: si è moltiplicato in spettacoli diversi, cambiando con me nel tempo e negli spazi. È ambientato in un bar che sembra attraversare epoche e luoghi lontani tra loro, un paese di Romagna, Sydney, Singapore, Parigi... L’ora è sempre notturna e i personaggi che lo abitano si trovano ad allentare i confini usuali che delimitano l’io per lasciare uscire le molte vite di ognuno e lasciarsi invadere dalle molte vite degli altri. A volte il bar sembra coincidere con isole di calore, a volte diventa specchio di una sensibilità contemporanea orfana di visioni per il futuro, a volte sembra una zattera per profughi che sognano utopie.
Mi imbatto in verità svelate per distrazione e nella continua reinvenzione delle biografie mi perdo e mi ritrovo.
Pessoa, maestro delle moltiplicazioni del sentire e delle identità, è seduto al bancone con il suo cappello, il suo fragile cappotto e un quaderno nero.
 
Il bar che mi ha ispirato si avvicina, in questa nuova edizione, all’idea di un circo: Barnum è il circo sempre diverso nel quale ognuno si esibisce, attraverso numeri messi a punto con precisione e fanfaroneria, con studiata esperienza o con l’arte dell’improvvisazione, la vertiginosa sequenza dei salti mortali che vanno dalla nascita all’adolescenza alla maturità, passando per le capriole dell’innamoramento, il passaggio nel cerchio di fuoco delle relazioni e la clownerie involontaria di fronte ai mutamenti veloci del nostro tempo. Barnum è un’assemblea di personaggi resistenti, che si tengono bene avvinti alla loro autentica natura per non perdere la gioia irragionevole di stare al mondo. Parlano in poesia, in rima e in musica, per trasformare le vite vere in storie e ballate.
Barnum è una scusa per scrivere senza essere scrittrice, cantare senza essere cantante e danzare senza essere danzatrice, è una lanterna magica di immagini indelebili impigliate nella memoria dove risuonano il mio dialetto, racconti, persone e canti. Dal mio anonimo bar, terrazza affacciata sul disgregarsi del potente mondo d’Occidente, tento un racconto di naufragio e salvezza.
 
Il canto, la musica, le luci, la scena
Il canto e la ricerca attraverso l’improvvisazione sono diventati parte integrante del progetto e mi consentono di trasformare in ‘ballate’ le biografie altrui - e anche la mia -, astraendole dalla quotidianità che le ha ispirate, sia citando autori famosi, sia con la creazione di melodie originali. Una frase banale, che ho sentito ripetere qua e là, può evocare un universo, se solo la si riesca a ritmare e intonare nel modo giusto...
Dimitri Sillato, sensibile improvvisatore nutrito di jazz e studi di composizione, è chiamato ad una concentrazione da concerto. Le sue musiche dal vivo si intrecciano alle registrazioni e agli interventi elettronici dal vivo di Raffaele Bassetti al disegno luci di Loredana Oddone, alle azioni di Giovanni Macis che è il macchinista ‘al bancone del bar’.
Ogni volta si stabilisce tra noi una comunicazione quasi telepatica che ci sorprende e ci insegna.
 
Sinossi imprecisa
Ci sono momenti nei quali ci si pone le solite domande: da dove vengo, chi sono, dove andrò e via così. Può capitare di cadere nella tentazione di tornare nel luogo dove si è nati, in cerca di familiarità e ricordi, calore e scoperte.
In uno di quei giorni che ‘ti prende la malinconia’, capita di canticchiare le canzoni che hanno sancito le emozioni, reinventando le parole per farle coincidere con la propria autobiografia. Sempre canticchiando capita di prendere un treno per il passato, per poi non ritrovare per nulla i luoghi della memoria ormai trasformati, non riconoscere più i volti, non desiderare affatto di incontrare nessuno se non i molti sé che si è stati nel corso del tempo.
Se accade però di incontrare una figura familiare eppure sconosciuta, vestita fuori moda e con un quadernetto nero in tasca che ci fa segno di seguirla senza guardarci negli occhi, senza chiedere il nome, può essere che la si segua, per curiosità del mistero o per speranza.
Questo signore mi porta ad un vicolo che sfocia nel mare, davanti all’insegna di un bar. Entra e io dietro di lui. Precipito in un clima dove mi riesce facile non sentire le pareti del mio io e di quello degli avventori. Vengo travolta dai loro pensieri, dalle loro storie e ogni vita mi pare un romanzo con la sua musica e la sua canzone.
Monica che non ha studiato ma che ha imparato le dimensioni del sogno e della poesia, il barista che non ha altro scopo che soddisfare tutti i bisogni secondari per fare esplodere l’abbraccio universale, Gigi il proprietario del ristorante che sfida le ombre della morte, Ofelia solitaria che naviga nel dolore come nello champagne e nomina le mosche e tutti gli altri.
I resistenti naufraghi dal mondo d’Occidente si aggrappano ai tavolini come fossero zattere e all’alcool come fosse un abbraccio.
Che fare? Ristrutturare, ricreare, tornare a credere, studiare, creare insieme ad altri, agire, interrogare, scuotere, ribellarsi?
Quando Beo, che ha affittato un brutto cinema di provincia, propone ti tornare alla cooperazione solidale per la ricostruzione del clima culturale, il mio amico sconosciuto ride.
È Ferdinando Pessoa, colui che ha rinunciato a scrivere e a vivere per essere libero di guardare tutte le vite, in tutte le città del mondo, dalle terrazze di tutti i bar e di tutti i caffè, colui che ha rinunciato ad ogni appuntamento per navigare nudo nella sua immaginazione.
Le pareti del bar si aprono come scenari di cartapesta, rivelando molte persone in attesa di entrare, proprio nel momento nel quale noi vogliamo uscire.
E ora?
 
È l’alba e con gli occhi stanchi cominciamo a camminare verso un futuro sconosciuto tutto intessuto di appuntamenti, progetti, cadute, tentativi, speranze.
In questo salto, vedo tutte le infanzie e tutte le morti, vedo i bambini, i re e le regine, le principesse e i principi.
È vero, lo giuro.

Elena Bucci

 

Associazione Culturale LE BELLE BANDIERE
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