una produzione Le Belle Bandiere
con il sostegno di Regione Emilia-Romagna, Provincia di Ravenna, Comune di Russi
 
CHI C'ERA C'È
 
di e con Elena Bucci e Daniela Piccari, attrici cantanti
Dimitri Sillato al pianoforte
suoni e sensori a cura di Raffaele Bassetti
testi da Raffaello Baldini, Nino Pedretti, Tonino Guerra
intessuti ai testi di Elena Bucci e Daniela Piccari
musiche di Andrea Alessi e Thomas Clausen
tecnico luci Giampiero Bartolini
 

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Elena
Perché questi autori (Pedretti, Baldini e Guerra) che scrivono in dialetto ci suonano più autentici di tanti altri che usano fiumi di parole per tentare di descrivere un presente sempre più inafferrabile?
Perché la musica ci aiuta a colorare le parole di toni e sfumature scomparse dal povero parlato che rimbalza nelle strade?
In che modo possiamo risentire con forza quello che siamo per non perdere l'orientamento nel quotidiano e semplificato confronto con il mondo che il sistema della comunicazione globale quasi ci impone?
Come non rifugiarci nell'isolamento, ma tornare a fidarsi della comunicazione?

Daniela
Questi poeti non si sono inventati il dialetto, hanno usato la lingua-madre e l'autenticità che sentiamo credo sia proprio in questa fedeltà alla parola ricevuta come una identità, un modo di esistere e guardare la realtà. È come se l'esperienza personale del mondo fosse quella di una collettività, di un popolo e non un soliloquio.
Allora io, che non sono nata con il dialetto sulla punta della lingua, vorrei entrare in quel sistema espressivo - potenziato dalla poesia di autori straordinari - per ritrovare la fiducia nella comunicazione tra esseri umani.Oggi prendo in mano un libro spiegacciato dal tempo tanto da farmi sembrare accartocciate anche le parole, incomprensibili ormai - anche perché ormai non leggiamo quasi più e la nostra occupazione principale è guardare immagini fisse, immagini in movimento, immaginandoci immagini - insomma oggi apro un libro di Pedretti.
Prendo questo pacchetto di parole e lo divoro perché è proprio in quella lingua impolverata, trapassata e persa, ormai scomparsa dalle librerie e biblioteche, che resta incisa l'immagine di chi ci ha generato. E' un'immagine sonora, uno specchio di parole che riflette esperienze di gente qualunque "Perché la poesia è, ne sono convinto, la voce di chi non ha voce, non del poeta" (Pedretti). Attratti da una musica che ci accompagna come un richiamo ci inoltriamo per incontrare parvenze di persone parlanti e per imitazione ripeschiamo quella cadenza, quella tonalità, quel ritmo che li anima nella scrittura.
È piena di musica e di comicità questa avventura perché ci si presentano personaggi che si esprimono senza aver imparato a filtrare con l'abito colto della parola il mondo della loro esperienza. Così noi, mentre li accompagniamo, riviviamo quella dimensione "naturale" quasi istintiva e animalesca che ci porta spesso alla risata, quella che nasce dalla soddisfazione di sentire qualcuno che parla senza badare al giudizio critico di chi ascolta.
C'è una libertà espressiva in questi abitanti di paese che ci fa invidia. C'è una pungente verità dell'essere che li illumina. Ma non è in questa o quella figura che si ritrova un tesoro perduto, non è lo scavo archeologico nella memoria di un passato che non ritorna a darci il senso di una ricerca: quel che ci sconvolge è risentire in questo viaggio a ritroso la nostra voce adulta.
"Anche se il più fragile coccio forse ti sopravanza nella durata, finisce che tutto si consuma e si disperde. E la vita è proprio là dove trema...." (Pedretti)
 
Elena
E allora finalmente proviamo a modo nostro, dopo esserci osservate da lontano, a miscelare canto, parole, lingua romagnola, italiana e inventata, musica e pensieri.
Difficile dire dove arriveremo, come difficile dire da dove veniamo, ma di certo ci siamo riconosciute vicine nell'intento di rivivere l'opera di autori del luogo dove siamo nate per inventare un linguaggio con più 'amor' (traduzione dal dialetto, sapore) di quello che siamo abituate ad usare. Vorremmo ritrovare la crudezza e la crudeltà che non nascondevano il dolore e allo stesso tempo la capacità di provare un piacere che annullava la miseria e la solitudine.
Con questa lingua poi, proviamo a disegnare schizzi del contemporaneo, per comunicare quanto ci fa ridere, quanto ci fa disperare, quanto, nonostante tutto, ci innamora.
Perché poi? Ma è ovvio: provare a rinominare tutte le cose, perché, mentre crediamo di conoscerle, mille volte e mille sono già mutate.

 

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