Irene Gulminelli per il "Corriere di Romagna", 13 ottobre 2016

 

L’attrice, (che è anche autrice e regista,) Elena Bucci è tra i protagonisti de “Il giardino dei ciliegi” di Anton Čechov che ha debuttato in prima nazionale al teatro Carignano di Torino martedì 11 ottobre (con anteprima lunedì 10), inaugurando la stagione. La regia è di Valter Malosti e nel cast, insieme a Elena Bucci (nel ruolo della possidente Ranevskaja Ljubov’ Andreevna), ci sono Natalino Balasso, Fausto Russo Alesi, Giovanni Anzaldo, Piero Nuti, Eva Robin’s, Roberto Abbiati, Gaetano Colella, Roberta Lanave, Camilla Nigro, Jacopo Squizzato e gli allievi della Scuola per attori del Teatro Stabile di Torino Federica Dordei e Alessandro Conti. “Il giardino dei ciliegi” è l’ultima delle opere teatrali di Čechov e fu rappresentata per la prima volta da Stanislavskij il 17 gennaio 1904 al Teatro d’Arte di Mosca, che però diede alla pièce una personale sfumatura tragica. La commedia, cavallo di battaglia di registi come Giorgio Strehler, Peter Brook, Lev Dodin e Eimuntas Nekrosius, è il luogo dell'incessante divenire, della trasformazione fatale, del fluire insensibile e irreversibile del tempo. La “rivoluzione cecoviana” consiste nella levità di tocco con cui sono domati e padroneggiati grandi temi metafisici e sociali, che anticipano profeticamente alcuni temi fondamentali del Novecento. Al centro della narrazione de “Il giardino dei ciliegi” c’è la decadenza di una famiglia aristocratica russa riunitasi nella tenuta di campagna che sta per essere messa all’asta.

 

Bucci, com’è andato il debutto?

Per la prima è normale che ci sia sempre un po’ di tensione, ma gli esiti sono stati finora fantastici. Come nella compagnia ci sono persone che vanno dai 19 agli 87 anni, anche il pubblico è stato molto eterogeneo ed è bello perché questi sono lavori trasversali pensati per la gente.

Com’è il rapporto tra gli attori professionisti e gli allievi della scuola del Teatro Stabile di Torino?

È un modo di lavorare con cui abbiamo sempre imparato. Ci ha permesso di ritrovare negli allievi quelle emozioni che anche noi abbiamo provato agli inizi e di trasmettere loro tanta energia. Per il ruolo che avevo sentivo inoltre l’esigenza di essere pronta da subito e così si è creato un clima meraviglioso nella compagnia, davvero molto familiare. In questo aspetto è stato bravo anche Valter a scegliere tutti i vari componenti proprio come se dovesse seguire una ricetta. Sentire che c’è un respiro collettivo all’interno di un gruppo che travalica ogni differenza credo sia il valore più importante dell’arte dal vivo.

Nelle note di regia di Malosti si legge che «agli attori è richiesto un dispendio di energia enorme, devono usare la tecnica, il ritmo del vaudeville e contemporaneamente far passare la vita, far scorrere impetuoso il flusso dell’emotività. Devono esporsi come persone, la maschera attoriale non può bastare. Ogni personaggio segue i fili della propria esistenza, nessuno assomiglia all’altro e l’originalità e la personalità di ciascun attore sono essenziali. E io sono un regista fortunato, ho a disposizione una troupe di attori meravigliosa». In che modo si è preparata per la sua parte?

Valter mi ha voluta fortemente perché ha sempre sostenuto che questo ruolo fosse giusto per me e devo dire che forse aveva ragione perché mi ci sono ritrovata con grande naturalezza. A volte mi dimentico quasi che sto recitando. Ogni personaggio nasce poi dall’incontro con gli altri in scena.

Che taglio registico c’è?

Il testo di Čechov è geniale perché riesce a ricreare con la struttura il ritmo della vita in cui un attimo ridi e quello dopo vieni colto da una tremenda nostalgia. Così questo spettacolo crea un risveglio selvatico di ciò che abbiamo dentro e che nelle famiglie viene fuori anche in maniera urlata. È un autore intelligente e di cuore capace trasmettere l’amore per la vita e le persone.

Lo spettacolo sarà in scena al Carignano di Torino fino al 30 ottobre. In seguito avrà altre date?

C’è la grande volontà da parte di tutti noi di portarlo anche nelle altre grandi città italiane. Purtroppo in questo momento il sistema teatrale e le produzioni sono fortemente penalizzati nel momento in cui si vuole far girare uno spettacolo ed è preoccupante perché il teatro è vivo e tale deve rimanere. Non è giusto che le produzioni restino privilegio di una nicchia di spettatori e spero che questo spettacolo possiate vederlo presto anche in Emilia-Romagna. Tutto il lavoro che faccio fuori poi sono entusiasta di riportarlo a casa e nei miei luoghi.

Da anni con la sua compagnia Le Belle Bandiere è molto attiva sul territorio di Russi (e su tutto il territorio nazionale)…

Sì, nel mio piccolo mi sono sempre impegnata per riaprire molti luoghi e farli vivere anche grazie al teatro e spero che questi spazi possano continuare a essere un punto di riferimento. A Russi (sono state) e verranno ospitate ad esempio le prove di alcune produzioni del Centro Teatrale Bresciano (l’ultima sarà Le relazioni pericolose di Laclos) e di ERT Emilia Romagna Teatro (i primi studi per Prima della pensione di T. Bernhard). È molto importante che tutti questi luoghi che nascono da veri incontri tra artisti possano essere frequentati anche dalle persone del posto con l’idea di un teatro aperto. Il teatro deve essere vicino e venir percepito come un unico mondo che deve pulsare e respirare. Tra i miei desideri c’è anche il desiderio (quello) di creare una tradizione della lettura ad alta voce (in Romagna) nella biblioteca di Russi. Mi immagino che possa ospitare artisti locali o anche di passaggio chiamati a leggere grandi libri e racconti. La sala è piccola ma non importa, questo fuoco voglio accenderlo.

 

 

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