GRAZIE ALLE MIE DONNE E POI ANCHE ALLA ZAIRA DA BARNUM
di Elena Bucci


Grazie alla Giuseppa che mi ha spiegato l'incanto del racconto, grazie all'abbraccio delle mie nonne e zie e a quello di mia madre che ha tentato di proteggermi dal dolore. 
Grazie alle donne che, sotterranee e note, stanno cambiando il mondo, con un mite procedere e senza urlare. Grazie alla loro voglia di chiacchierare anche quando non serve e al desiderio di giocare.
Grazie alle donne che hanno popolato i miei spettacoli prendendomi per mano, grazie a quelle vere che mi hanno insegnato il coraggio con un genio che non mi appartiene e a quelle inventate che ho incontrato nel terreno senza steccati del palco, create da artisti e artiste che ne hanno colto il mistero. Grazie tra le molte, alla rivoluzionaria Eleonora Duse, alla ribelle Juana de la Cruz, alla straordinaria autrice attrice che fu Isabella Andreini nello scorcio del '500 e alla sconosciuta ai più Zaira, cui pur non volendo riuscirono a togliere la voce e che resta impigliata in un mio sogno.
Grazie al loro canto.
Il canto della libertà lo conosceva la Zaira, lei che era rimasta sempre una bambina, lova di dolci e mansueta, la Zaira che imparava a memoria tutte le melodie e le ripeteva, lei con i capelli lunghi intrecciati sulla testa come fossero una corona. Girava per il paese intonando le canzoni con la sua vocina sottile e tutti le volevano bene, anche se il cervello le era rimasto fermo. Beata lei, qualcuno pensava, per lei il tempo è immobile, che fortuna, ma non era vero. Quando le morirono la mamma in un abbraccio e poi il babbo nel campo e poi la zia Pina per un colpo al cuore, ed era l'ultima parente che le restava, rimasta sola quasi impazzì di dolore se non fosse stato per la nenia antica che mormorava dalla mattina alla sera, come fosse una preghiera e le teneva compagnia nella casa vuota. In quei giorni la Zaira scappò dal paese e prese il treno per mostrare il mare alla bambina. La bambina non esisteva mica, povera Zaira, anche se era vero che lei il mare non l'aveva visto mai. Così quando la presero la misero nel ricovero perché non si poteva mica tenere in giro così senza nessuno che la badasse, adesso che si era messa in testa di viaggiare. Eccola là: 105 chili di Zaira tutti avvolti nella vestaglia a pois colorati sfondo rosa acceso e sempre i capelli come una corona ma tutti bianchi adesso come una regina o una dama del settecento. Cammina veloce per i corridoi e convince tutti, ad uno ad uno, a partecipare al suo grande coro. Convince anche i matti fissati con i solitari, quelli che fumano contro i muri, quelli che piangono e quelli che rubano il panettone, convince anche la Gianna, quella che grida nel cortile che se viene sua figlia la sgozza con lo scanno del maiale.
Che belle quelle voci sgangherate eppure tutte intrecciate insieme che salivano e scendevano e inseguivano una melodia che da nota diventava misteriosa e poi ritornava chiara, che viaggio, che saliscendi e sopra a tutte, con le braccia alzate, ecco la vocina tremula della Zaira, ecco il suo piede che batte il tempo. In quel tempo si spense anche la televisione e nessuno pensò a mettere su la musica registrata romagnola a volume alto che di solito serviva a coprire le grida. Nessuno gridava, si cantava allora. Sparirono, si dice, anche delle bottiglie di vino rosso dalla dispensa, ma nessuno se ne preoccupò da quanto l'allegria era contagiosa. A volte al coro si univano sottovoce anche gli infermieri, che poi magari si vergognavano e scivolavano via a fumare la sigaretta.
 Poi successe la storia della questione igienica.
Non si seppe mai come cominciò, forse era necessario, infatti con le leggi non si sa mai e per quanto sembrino sciocche c'è sempre poi qualcuno che dimostra che hanno senso e fa sentire sciocco te, che chiedi.
Arrivò quello bassotto, quello che sembrava simpatico e gentile e disse "Zaira guarda che ti dobbiamo tagliare i capelli." "Perché?" disse lei. "Per via della questione igienica." La maledetta questione igienica che ci cancella la scia dietro le spalle perché di noi non resti nemmeno l'odore, nemmeno la polvere del passato che vivemmo e che ci portiamo dietro.
"No". "Come no, va là Zaira." "No, i capelli, no." '
'Dai vieni che facciamo in un attimo e dopo ti compro un gelato." '
'No non lo voglio il gelato, i capelli no no no." 
E comincia a scappare, con tutti i suoi 105 chili e più per i corridoi, con i suoi anni e le sue ciabatte scivolose che ad ogni curva sembra un cucciolo di cane che ancora non ha imparato a camminare. Scivola e pencola, ma va veloce.
La insegue il Rosso, ma poi urla quando lei scappa e si nasconde e chiama gli altri, è forte la Zaira, gli ha pestato i piedi e gli ha dato uno schiaffone sul naso che adesso sanguina. Chiama Corbari, Ancillotti e Martinelli e sono in quattro adesso a rincorrerla e sembrano soldati e per forza la prendono, non c'è storia.
 Come si dibatte la Zaira, quanto lotta, li morde, sputa, piange, ma non sa insultare, che non ha mai voluto e se diceva una parolaccia sentita per la strada la mamma la sgridava forte. La mettono seduta su una sedia rossa e cominciano a tagliare. Che brutto il rumore delle forbici sui capelli. È brutto anche da lontano, chissà com'è da vicino, lì sul collo.
 Intorno alla Zaira cresce un tappeto bianco come di neve tutto fatto dalla sua corona.
Cercano di farla ridere, ma non ci si riesce. Quando si alza, si vede bene che ha perso la sua camminata da bambina, scivola lungo i muri quasi vergognosa, con lo sguardo dal basso in alto e tutti i capelli corti dritti in testa.
 Non canta più, non vuole, si vergogna e il coro si disperde. Dopo circa una settimana, la Gianna ha urlato in cortile come un'indemoniata e hanno messo su alta la musica romagnola.
Nel canto delle donne del mio sogno, il canto che si leverà quando non ci sarà più una festa delle donne perché avremo imparato a festeggiarci ogni giorno soltanto per il fatto di essere al mondo, c'è una nota che è tutta sua, della Zaira, e attraverso quella nota lei vigila e risplende, intatta nel suo amore.

(da: E20 Romagna, 8–15.3.2013)

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