IL LAVORO DELLA REGIA
intervista a Marco Sgrosso


Come definisci l'oggetto del tuo lavoro di regista?

Non è semplice rispondere a questa domanda...
L'oggetto del lavoro di regista è in verità una definizione vaga, credo che molto dipenda dalle condizioni di lavoro che si incontrano di volta in volta, dai diversi tipi di spettacolo a cui ci si dedica, da tutto un insieme di circostanze mutevoli e in certo modo stupefacenti in cui ci si trova ad operare.
Sostanzialmente, credo che l'oggetto principale del mio lavoro di regista sia il tentativo di una messa a fuoco quanto più possibile chiara dell'ispirazione che mi guida, delle motivazioni più profonde che mi portano – di volta in volta – a scegliere un testo, un tema o un gruppo di persone su cui e con cui lavorare.
La cosa certa è che, quanto più mi sento ispirato e motivato, tanto più il lavoro procede da sé ed ogni intoppo, ogni eventuale difficoltà trovano soluzioni semplici e meno faticose.
Mi rendo conto che quello che dico è lapalissiano, ma penso ugualmente che sia il caso di sottolinearlo perché – sebbene a me personalmente sia capitato di rado – non è così insolito che un regista sia chiamato a dirigere uno spettacolo su 'commissione', e queste situazioni implicano un approccio necessariamente differente e spesso purtroppo un risultato meno interessante.
Sento al tempo stesso che anche questa può essere una bella sfida per chi lavora nella regia, cioè misurarsi con qualcosa che non si è scelto e che implica uno sforzo immaginativo, un impegno di pensiero che non scaturiscono così naturalmente come quando invece si è liberi di scegliere l'oggetto del proprio lavoro.
Io lavoro come regista quasi esclusivamente su progetti miei o della Compagnia che ho fondato assieme ad Elena Bucci, e quindi non ho una pratica comune di quest'altro modo di lavorare, ma mi è capitato in un paio di occasioni di essere chiamato da colleghi che stimo a fare la 'regia' di un progetto scelto da loro, e – dopo le prime esitazioni dovute al fatto che non riconoscevo un'ispirazione guida che mi convincesse ad accettare la responsabilità della regia (perché ogni regia è o dovrebbe essere una chiara assunzione di responsabilità, nei confronti non soltanto del pubblico ma anche e soprattutto dei propri compagni di lavoro) –, dopo le prime esitazioni, dunque, ho scoperto che poteva essere utile ed interessante lo sforzo, lo studio di 'entrare' in qualcosa che non credevo appartenesse al mio universo creativo e che magari invece mi rivelava sorprese inattese.

La regia è interpretazione del testo drammatico, progettazione dello spettacolo, direzione degli attori, coordinamento tra i diversi momenti e aspetti della messinscena e altro ancora: quale aspetto della funzione registica ti è più congeniale?

Tutti gli aspetti suddetti, ovviamente, fanno parte del lavoro della regia, e – soprattutto – è bene che siano concatenati perché una regia abbia uno stile, un segno distintivo e personale che – a mio parere – è la qualità principale di una 'buona' regia, cioè quello che distingue l'opera di un autore da quella di un altro, e in cui pertanto risiede il lato più interessante anche per lo spettatore 'accorto' (che non è necessariamente l' 'addetto ai lavori'!)
Voglio dire che ritengo molto importante che una regia abbia una coerenza, un'armonia nei diversi aspetti che ne compongono il lavoro, cioè che non sia casuale e disgregata, come a volte accade di vedere.
Assodato questo punto, è chiaro che mi sento più sicuro in alcuni aspetti che in altri.
Ad esempio, non sono molto abituato a lavorare con grandi scenografie, e gli aspetti che più mi affascinano in una regia sono l'elaborazione del testo – che come diceva Leo De Berardinis, con cui mi sono 'fornato', è soprattutto un 'pretesto' per dare voce alle proprie ossessioni o ispirazioni – e la direzione degli attori.
Essendo nato attore prima che regista, quello della direzione degli attori è senza dubbio l'aspetto che mi intriga di più e in cui penso di poter dare il meglio nel mio lavoro di regista.
A questo proposito, ritengo fondamentale l'affermazione di Francesco Macedonio (mio insegnante per un periodo alla Scuola di Teatro) che un regista deve sempre 'innamorarsi' dei suoi attori per trarre il meglio da loro e per valorizzare quanto più possibile la loro creatività, che diventa inevitabilmente uno specchio e un complemento della creatività del regista.
Mi è capitato molto spesso di 'dirigere' come regista anche risultati di laboratori di apprendimento, e in questi casi è più che mai importante saper 'ascoltare' le persone con cui si lavora e saper adattare le proprie visioni al loro modo di elaborarle ed esternarle.
Non c'è nulla di meno creativo e di più insulso della 'guerra' tra regista e attori, come non c'è nulla di più soddisfacente del riuscire a 'stimolare' la creatività di un compagno di lavoro.
Non sempre l'armonia avviene naturalmente, ma credo sia fondamentale per un regista mettere i propri attori in una buona attitudine creativa proprio per valorizzare al meglio non soltanto la loro presenza in scena ma anche la forza e la chiarezza delle proprie visioni.
Dirigere un attore è una piccola missione, e può dare soddisfazioni miracolose, per entrambi, regista e attore...

Quali registi, tra i grandi maestri del passato, ti sembrano ancora oggi capaci di ispirare il lavoro teatrale? E quali sono, a tuo giudizio, i maestri di oggi?

Tutta la storia del Teatro è fatta di 'maestri', se con questo termine intendiamo quelli che hanno 'seminato' prima di noi, dandoci la possibilità preziosa di raccogliere ed elaborare il frutto del loro lavoro.
Il Teatro è fatto di 'tracce' che illuminano la via a chi viene dopo.
Questa eredità della tradizione – intesa non in senso 'museale' e paralitico, ma come lezione da elaborare per il proprio percorso personale – è un dono che ci viene fatto da chi ci ha preceduto.
Mi è capitato di sentirmi fortemente colpito vedendo il lavoro di un regista o di un attore, di avere subito voglia di fare qualcosa anche io... questo vuol dire ricevere un impulso di ispirazione... è una cosa preziosissima per chi svolge la nostra 'professione', e mi sento veramente e senza nessuna retorica grato a tutti i maestri e colleghi che mi hanno procurato sensazioni di questo genere.
Per me personalmente, è stato certamente un maestro Francesco Macedonio, che mi ha insegnato come 'leggere' ed apprezzare un testo, e anche la magia e la poesia della presenza dell'attore in scena.
Poi, data la mia lunga storia nella sua Compagnia, una grande guida è stato Leo, maestro di stile e di etica teatrale innanzitutto, e credo che il suo lavoro sia stato pura 'luce' per molti miei colleghi.
Penso che un vero maestro sia Luca Ronconi, sebbene mi sia capitato di sentire in alcuni suoi spettacoli una forte mancanza di 'armonia', ma penso che questo possa dipendere dalle condizioni da kolossal in cui spesso si trova a progettare e a lavorare.
Ed inoltre la mancanza di assoluta organicità accade prima o poi a tutti, fa parte del gioco.
Ad ogni modo credo che Ronconi sia un 'grande', indipendentemente dalla comune e in parte sacrosanta polemica sui budget di cui dispone per i suoi allestimenti.
Ho ammirato con gioioso stupore alcuni lavori di Massimo Castri e di Giancarlo Cobelli, e naturalmente di Giorgio Strehler e di Aldo Trionfo.
Mi sono profondamente commosso vedendo alcuni spettacoli di Thierry Salmon (un autentico genio scomparso prematuramente) e di Eimuntas Nekrosius, e credo che anche Emma Dante sia una regista di grande talento, anche se forse in una direzione troppo furiosa ed esclusiva.
Da giovane vidi un bellissimo "Gabbiano" di Michele Perriera e in tempi recenti ho letto un suo libro straordinario, una vera lezione di arte.
Inoltre – forse perché mi sono formato prima come attore che come regista – credo che siano stati per me veri maestri di ispirazione alcuni attori e attrici, il cui intelligente e potente lavoro in scena spesso risolveva in modo magistrale mancanze di altro genere, ad esempio proprio registiche...
Questo perché il Teatro è magia, e il ruolo dell'attore è assolutamente fondamentale.
L'elenco sarebbe lungo, ma vorrei citare almeno Valeria Moriconi, attrice immensa, purtroppo scomparsa recentemente, il cui lavoro creativo mi ha sempre ispirato ed entusiasmato, anche nel caso di alcune scelte meno felici.

Come immagini o prevedi la futura evoluzione del ruolo del regista? Credi possibile che esso sia sostituito, domani, da una nuova e differente figura?

Non saprei... immagino di continuare questo lavoro, spero di riuscire ad affinarlo, e sono convinto che l'età 'anagrafica' – per fortuna almeno in questo settore – aiuti a cogliere con maggiore profondità le cose importanti da comunicare ed illumini sul modo di comunicarle.
Mi piacerebbe curare una regia totalmente da esterno, intendo dire senza essere io stesso in scena, come mi è già capitato ma soprattutto in ambiti laboratoriali.
Al tempo stesso non intendo abbandonare il mio percorso di attore, e in questo senso mi è sempre piaciuto e continua a piacermi essere 'diretto' da altri, ovviamente intendo colleghi con i quali io sia in sintonia.
Come attore, mi piace molto sentire il calore di una guida esterna, non meno che affidarmi ad una auto-regia, anche se mi sembra di avere spesso una percezione molto netta di ciò che può funzionare meglio in una mia prestazione. Al tempo stesso, so per esperienza sia diretta (cioè vissuta sulla mia stessa pelle) che indiretta (cioè maturata osservando colleghi attori-registi che si autodirigevano) che spesso ci si può sbagliare... e che un occhio 'esterno' – sempre che sia quello giusto – possa valorizzare meglio di noi stessi la nostra presenza sulla scena.
Non saprei, ripeto... non metto limiti, mi piace continuare il lavoro di regista come quello di attore, ed entrambi in un senso più 'aperto' possibile.
La chiusura, nella nostra professione, è tremenda... forse a volte necessaria, ma sempre e comunque tremenda!
Altre figure? Io lavoro soprattutto nella 'nostra' compagnia, quindi sono anche organizzatore, amministratore, docente, facchino, aiuto-tecnico, segretario di ufficio, etc.... ma non ho mai pensato di fare di uno di questi ruoli 'paralleli' il mio futuro.
È stato ed è ancora utilissimo praticarli per comprendere appieno la complessità e la ricchezza del lavoro del Teatro, ma mi sento e mi piace continuare ad essere soprattutto attore, e subito dopo regista...


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