materiali per il numero 25 di “Culture Teatrali” (annale 2016)
LA REGIA IN ITALIA, OGGI. PER LUCA RONCONI
curatore del volume prof. Claudio Longhi
 
Domande:
1. Che cosa è per te la regia oggi?
2. Chi sono i tuoi Maestri?
3. Che futuro si sta preparando, a tuo avviso, per la pratica registica?
4. Chi (o cosa) è per te l’attore?
5. Che significato assume nella tua prassi registica la parola drammaturgia?
 
Sono regista e attrice e ho fondato con Marco Sgrosso la compagnia Le Belle Bandiere, ritrovando nel nostro anacronistico mestiere un mescolarsi di antico e nuovo che mi induce a pensare a quanto il concetto di regia si avvicini ancora oggi a quello di capocomicato, con tutto l’intreccio di saperi teorici e pratici che la parola suggerisce, evocando avventurose tournèe e soluzioni pratiche che diventano arte. Fin da quando mi trovai per caso e con stupore - era un laboratorio di Leo de Berardinis allo Spazio della Memoria di Bologna - a dirigere un gruppo di bravi attori che assecondarono una mia personale intuizione, ho compreso che assumermi la responsabilità della regia è un istinto naturale a inseguire le mie visioni ma anche a prendermi cura dei talenti altrui e della vita dello spettacolo e di una compagnia. È anche uno stato di estrema concentrazione la cui durata capricciosa mi induce a cogliere in velocità intuizioni, suggestioni e materiali che verrano elaborati in seguito in montaggi imprevisti. In quel tempo senza tempo si procede senza sapere dove si arriverà eppure si determinano le coordinate del lavoro, ordine e disordine, criteri di studio e margini di rischio. Le diverse arti che partecipano allo spettacolo, dai costumi alle luci, dal suono alla scena, mi obbligano a misurare l’immaginazione con la concreta poetica degli oggetti, della tecnica, degli spazi e dei tempi costringendomi a fare del limite motivo di ispirazione, magari rinunciando al superfluo che sembra rassicurare, ma confonde. Durante i meticolosi riti dell’allestimento cerco di conservare, attraverso una partecipe solitudine, uno sguardo spostato, complice e provocatorio, mentre i ruoli di regista e attrice per espletarsi devono lasciare il passo uno all’altro, per potersi detestare e ritrovare. Nel confronto con il pubblico si ritrova la carica energetica del progetto e la regia sparisce alla vista, scheletro, schizzo, fondamenta, trama di tappeto. Ho potuto imparare molto dall’esempio e dalla guida di singolari maestri come Leo de Berardinis, che mi ha insegnato a non rinchiudermi nel paradiso del teatro e mi ha fatto conoscere molti altri originali artisti, tra i quali Maurizio Viani. Leo, con le sue virtù maieutiche, mi allenò ad essere attrice sempre più consapevole, ma anche un autrice, così che il teatro potesse essere un mezzo per stare nel mondo e tentare di comprenderlo, amarlo e mutarlo, mescolando vita personale e artistica. Tra contraddizioni e scoperte ho imparato a vivere con la stessa intensità prove e spettacoli, a non sprecare tempo e occasioni, cercando in ogni esperienza gli elementi di originalità e il dialogo con altre arti, dalla musica alla letteratura, dalla danza al cinema, alla pittura, all’arte delle scene e dei costumi. Pur in un mondo democraticamente gerarchico come è ancora quello del teatro e del cinema, cerco di ritrovare nel mio lavoro quella potenza maieutica della regia che oggi la allontana dal mito novecentesco del singolo che ha in sè il merito di tutta l’opera. I pittoreschi e formidabili strumenti del teatro aiutano ad evidenziare i talenti istigandoli alla creazione, contribuiscono a trasmettere gli alfabeti delle arti con il loro intreccio di saperi nei quali si fondono teoria e pratica, inducono a recuperare la bellezza e la forza di luoghi anche non teatrali, a rinnovare i riti della condivisione dal vivo delle emozioni e dei pensieri, i legami e le regole che governano di volta in volta le comunità. Vorrei interpretare la regia come esercizio a mutare i punti di vista e a ritrovare la forza eversiva dell’arte che rinnova la visione di sé e del mondo. In questo processo gli attori, maestri degli opposti, sono indispensabili: egoisti e generosi, solidali e traditori, impermeabili e vibranti. Quando non non riesco a toccare la loro fibra più autentica, mi paiono tutti simili, banali, convenzionali, mercenari. Quando riesco a comunicare con la loro forza creativa, li trovo unici, geniali, sfuggenti alle definizioni. Sono certa che l’attore debba studiare, ma anche sapientemente ignorare, controllare e perfezionare, ma anche rischiare l’errore e la caduta. Quelli feriti e stanchi, ma irriducibili al cinismo, diventano sublimi. Quando trasformano in arte la loro forza propulsiva fatta di egocentrismo, ricerca di affermazione e approvazione, diventano un esempio di generosità e di capacità di annullamento dell’io a favore di una trasparenza che li rende termometro e antenna dei mutamenti, autori e scrittori della scena. Per me infatti la drammaturgia è fatta sì di parole, ma anche di suoni, gesti, luoghi, vicinanze, lontananze, luci. La definizione ‘scrittura scenica’, tanto praticata da Leo, mi pare ancora molto utile per definire una drammaturgia che tiene conto della compresenza di molti altri linguaggi. Allo stesso tempo ho grande ammirazione, mista a diffidenza, verso quei relitti e fossili preziosi che sono i testi teatrali. Mi sembrano enigmi che gli autori mi consegnano di persona. Mi addentro nelle didascalie come fossero battute, cerco di interpretare i vuoti tra una parola e l’altra, tendo a ribaltare quello stesso ordine che ammiro. Poi c’è l’abbandono, come dopo un duello. Anche nei miei testi, elaborati attraverso un processo di continuo scambio tra improvvisazione in scena e scrittura, mi trovo a combattere con un’altra me stessa, in cerca di una scrittura scenica che riferisca almeno in parte della caleidoscopica ricchezza della vita che ispira e sfugge.
 
 
 
 

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