Scambio epistolare in preparazione alla lettura del discorso per il conferimento del premio Nobel "In disparte" - Festival FOCUS JELINEK.
 
 
Da Elena Bucci a Elfriede Jelinek
 
La stanza di E.
Mi piace immaginare le stanze dove vivono, in disparte, i nuovi dei della solitudine che rinunciano alle carezze del pubblico e non vogliono essere soppesati, mangiati, nutriti e rinnovati dalla curiosità degli altri. Sono in palazzi alteri, in piccole case di montagna, in baracche di legno tra alberi centenari, dentro piatte casette basse con la terrazza che guarda un mare senza lusso, sono ovunque. Nelle loro stanze ombrose piene di riflessi gli dei senza pelle, fermi, sentono scorrere incandescente la vita tutto intorno. La scrittura li protegge? Come si armano questi fantasmi cordiali per cavalcare, succhiare, trasformare la realtà con la loro arte? Gentile Elfriede, che mi guardi dalla finestra di un castello antico e mi porti sempre altrove rispetto a dove credevo di stare, in quale stanza hai scritto il tuo discorso al mondo in occasione del premio Nobel, in quale corsa, per allontanarti da quale possibile malìa, se, quando provo a dirlo, mi diventa fuoco tra le mani e vento?
 
 
Da Elfriede Jelinek a Elena Bucci
 
È stato molto prosaico, cara Elena: ho scritto il discorso nella piccola casa unifamiliare alla periferia di Vienna. La casa si trova, in una schiera con altre simili, su una collina, e di fronte si vede un'altra collina, e le colline del Wienerwald, di collina in collina (è buffo, la collina di fronte si chiama Colle della Frase). Dato che il Premio mi è stato conferito per il mio lavoro sul linguaggio, ho logicamente scritto sul mio modo di usare il linguaggio. non vorrei dire niente di personale, o almeno il meno possibile, ma mi sono sempre ritrovata in disparte, vi sono stata anche sospinta dai miei genitori, e una volta che si è outsider si rimane tali. Da un lato è un fatto doloroso (io non avevo e non ho possibilità di scelta), dall'altro questo è l'unico sguardo che mi è possibile con il mio tipo di scrittura. Lo sguardo in lontananza è quello più acuto, ma succede a scapito di una conoscenza più precisa degli esseri umani. Direi che la mia scrittura oscilla tra questo essere in disparte e lo sguardo da fuori sul mondo, lo sguardo in lontananza. Dalla lontananza si vede meglio. Da vicino non si riesce a vedere tante cose.
 
 
(pubblicato in "Prove di drammaturgia", 7 giugno 2016)
 
 
 
 
 

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