Università di Bologna - Dipartimento Arti visive-performative-mediali

RIDERE COSÌ TANTO
Cabaret e teatro nei tempi e nei luoghi dell’Olocausto
 
a cura di Gerardo Guccini
in occasione della "Giornata della Memoria"
 
27 gennaio 2015, ore 16 
Laboratori delle Arti/Teatro, Bologna
 
Elena Bucci e Marco Sgrosso leggono brani degli autori di Theresienstadt (Felix Porges, Vítĕslav Horpatzky, Pavel Weisskopf, Pavel Stránský, Zdeněk Eliáš, Jiří Stein), di Moishe Pulaver e di Krystyna Żywulska. Marco De Marinis e Gerardo Guccini introducono i testi. Le traduzioni e le informazioni storiche sono a cura di Lucia Serena Blandolino ed Edyta Scibior. L'incontro è preceduto da un video-intervento appositamente registrato da Moni Ovadia.
 
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Lisa Peschel, la ricercatrice che ha recentemente riportato alla luce i testi drammatici e di cabaret scritti e inscenati nel Ghetto di Theresienstadt, riporta in Translating Laughter: A Cabaret from the Terezín Ghetto le reazioni di una sopravvissuta di ottantaquattro anni alla lettura d'un ritrovato cabaret cèco del 1944: «cominciò a ridere così tanto alle battute del copione da dover posare la testa sul tavolo per riprendere fiato». Il cabaret di Theresienstadt non si basava su storielle, caratterizzazioni o apologhi, ma, soprattutto, su allusioni, riferimenti, doppi sensi e dialoghi a chiave. «Era pieno zeppo – scrive Lisa Peschel – di riferimenti ad eventi specifici del ghetto». I suoi testi, per venire compresi dal lettore contemporaneo, richiedono note, precisazioni, glossari: insiemi di conoscenze ben presenti ai primi destinatari, che si riunivano intorno alle trasformazioni sceniche della loro tragica realtà. Praticando un linguaggio allusivo, da comprendere al volo, il teatro li accoglieva in una dimensione liminare, dove il vissuto collettivo, divenuto oggetto di visione, sembrava distanziarsi, allentare la presa.

I testi di Theresienstadt così come le testimonianze e i documenti poetici sui momenti di teatralità dei lager, restituiscono voci e ascolti, collettività e individui, che manifestano il persistere della vita, il suo appigliarsi, contro ogni avversità e sopraffazione, all'immaginazione, alle parole, alla memoria, ad abilità artistiche precedentemente acquisite, anche alle tradizionali astuzie della scena (che, ad esempio, lusingano i prigionieri privilegiati). Scrive Pulaver, attore sopravvissuto ad Auschwitz: «dovevamo usare i mezzi a nostra disposizione e la nostra ‘arma’ era quella: era così che potevamo rimanere in vita».

 

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