SUL DIALETTO
di Elena Bucci

 

Dòni. Tre donne, un dialetto.
Elena Bucci, Daniela Piccari, Francesca Airaudo
al pianoforte Dimitri Sillato
drammaturgia di Francesco Gabellini e Loris Pellegrini
direzione tecnica Nevio Cavina
assistenza tecnica Mirco Casadei
regia di Loris Pellegrini
produzione Città Teatro in collaborazione con Fondazione Corte, si ringrazia Riccione Teatro

anno 2010


In occasione di questo progetto cominciò un bel viaggio nella drammaturgia a quattro: Francesco e le tre dòni del titolo.
L'intervista che segue avvenne prima del debutto. Mi piace moltissimo. Mi perdoni la gentilissima e brava giornalista perché io non ritrovo l'originale! Se mai volesse mettersi in contatto con me ne sarei felice...

1) Qual è il suo rapporto con il nostro dialetto e con la forza poetica e teatrale della nostra lingua?

Da piccola avevo due case e due famiglie: una era la casa vecchia, dove c'erano le prozie, lo zio Lino, dove si ammazzava il maiale e si tenevano i prosciutti nelle stanze al secondo piano, dove c'era il camino, la tavola di legno, la stalla e la cantina, dove si mostava il vino e si parlava sempre in dialetto, a meno che non venisse in visita qualche persona da fuori o che avesse, in qualche modo anche vago, studiato.

L'altra, costruita tutta nuova e con il tetto al contrario, stava molto vicino. Bastava varcare un cancelletto. Era però tutto un altro mondo. Lì abitavo con i miei genitori che facevano parte della prima generazione che, nella mia famiglia contadina o di piccoli imprenditori, avesse studiato fino all'università. Pochi passi misuravano una distanza secolare. Nella casa nuova non si parlava quasi mai il dialetto, se non fosse stato per mia nonna e per i colloqui pomeridiani di mia madre con mia zia, che avvenivano sempre alla stessa ora, intorno alle tre del pomeriggio, sottovoce e con pianti e brevi risate.
Posso dire di possedere dunque un'anima doppia e una doppia lingua.
Ero due persone: la bambina scatenata della casa vecchia (l'è un gèvul, dicevano di me, confrontandomi con la perfetta e ordinata cugina Franca, che era per me oggetto di venerazione) e la bambina ripulita della casa nuova 'che andava bene a scuola'.
Da una parte l'esperienza e dall'altra i libri.
In un luogo la crudeltà dell'uccisione dei conigli che conoscevo uno per uno, e dall'altra le bugìe che mi proteggevano dalla cognizione stessa della morte.
Nonostante la prodigiosa accelerazione degli ultimi decenni, che ci ha visto testimoni di cambiamenti che la durata di una vita non basta a concepire, non ho mai sentito in guerra queste due anime. Quando poi ho posseduto pienamente anche una terza lingua, la fantomatica lingua italiana che si insegna nelle scuole di teatro, e dopo che l'ho praticata nella compagnia di Leo de Berardinis, ho sentito che il mio orecchio e la mia sensibilità potevano essere pronte ad utilizzare tutte le lingue che conoscevo anche in teatro. Leo è sempre stato un maestro di libertà, per quanto riguarda la creazione, e mi ha spinto ad utilizzare il nostro incomprensibile romagnolo in uno spettacolo.
Ricordo bene – nella colorata babele che era allora la compagnia, con attori di tutte le regioni d'Italia – le risate, lo sgomento, la curiosità che risvegliavo quando sfoderavo, con una voce diversa e un corpo diverso, le migliori imprecazioni che conoscevo nel mio dialetto.

Quasi contemporaneamente sentii il bisogno, dopo dieci anni di assenza, di tornare in Romagna, per fondarvi la mia compagnia, Le belle bandiere, e per impiantarvi un Laboratorio Permanente che creasse spettacoli a partire dalla realtà di quel luogo. Non sapevo niente di tradizione e di dialetto e mi furono utilissimi gli studi di Eraldo Baldini e le favole di Ermanno Silvestroni. Cominciai a riflettere sulla fonetica, sulla simbologia, sulle contraddizioni e le fratture della relazione tra passato e presente.
Da questo ribollìo di suggestioni e di pensieri nacquero moltissimi spettacoli. Siccome il teatro era chiuso da vent'anni, furono allestiti in vecchi palazzi, case di campagna, campi. Il dialetto era sempre presente, anche attraverso il lavoro di attori che se ne occupavano da sempre e che facevano confluire la loro esperienza nel nuovo gruppo.
Quando, dopo molte false aperture in nome delle Belle Bandiere, ci fu anche un teatro, il primo spettacolo di questo ramo del lavoro della Compagnia fu, non a caso, 'Terramatermatrigna', nel quale si analizzava, spero in modo affettuoso e irriverente al tempo stesso, proprio la relazione tra la tradizione 'romagnola' e il presente.
Ci fu anche un progetto, 'Radici' che si occupava di mettere in relazione i piccoli con i nonni, mescolando la lingua della scuola, dei videogiochi e della televisione con quella dei racconti di guerra o di campagna.

Per quanto riguarda il mio percorso personale, ho interpretato, con l'aiuto di Pietro Corbari, uno degli ultimi cantastorie in lingua romagnola, alcune favole salvate dall'oblìo da Ermanno Silvestroni, scoprendo ancora una volta come un modo di parlare sia anche un modo di pensare: i canovacci che sottendono a molte favole italiane erano tutti lì, ma resi più crudi, più comici, e anche più liberi da ogni sorta di moralismo o sdolcinatura proprio dalla versione romagnola. Quel tipo di lingua antica mi portava a cambiare le voci, quasi a cantare il parlato, come forse accadeva nella tragedia greca.
Anche i movimenti si amplificavano e si stagliavano, dando origine ad una forma di sintetica coreagrafia, forse un'ombra di quelle danze che non osiamo più praticare. Ivano Marescotti mi ha fatto incontrare il mondo poetico di Raffaello Baldini, di fronte al quale sono rimasta incantata per spirito, senso tragico, nostalgia, leggerezza, il tutto condensato in squarci vividi e, soltanto in apparenza, alla portata di tutti. Da questo amore comune nacque uno spettacolo con scrittura originale in dialetto e italiano, Bagnacaval.
Venne poi l'esperienza con la scrittura di Nevio Spadoni e Giuseppe Bellosi, anch'essa dotata, a mio avviso, di un'anima sempre bifronte, che non dimentica mai la matrice dialettale. Dopo un esperimento di condivisione della scena, nacquero diversi spettacoli con testo di Spadoni tra i quali 'Galla Placidia', tutti prodotti da Ravenna Festival. Ho collaborato anche con Giovanni Nadiani, realizzando insieme ai Faxtet uno spettacolo a partire da una sua scrittura.

A tutte queste collaborazioni, nelle quali sono stata attrice e regista, si intreccia il filo della mia scrittura: 'Canti per elefanti' sui malati di mente, 'Autobiografie di ignoti' sugli avventori di un bar metafora del nostro mondo d'Occidente, 'Bambini', sull'infanzia anagrafica e non e incentrato sulla commistione del teatro con altre arti e altro ancora...
Pur non essendo scritti in dialetto, è sempre avvenuto che a certe emozioni corrispondessero cadenze o parole scaturite dalla mia memoria che risultavano intraducibili in lingua italiana. Sfidando la comprensione del pubblico, ho lasciato quelle espressioni confidando nella forza del gesto e del suono.

Spero che, al presente, le mie tre anime linguistiche, con tutto il bagaglio fisico e vocale che comportano, siano allacciate e partecipino una dell'altra, come se portassi nel mio corpo una mappa molto evidente che rivela da dove vengo e dove forse andrò, in questo viaggio nel teatro che non è altro che una ricerca di ciò che è autentico. L'indagine sul dialetto non mi ha dato risposte certe, ma bagliori, indicazioni di strada, aperture di orizzonti e proprio a partire da una lingua quasi dimenticata e incomprensibile ai più.

In un tempo nel quale la lingua sembra impoverirsi per piegarsi alla facilità e alla velocità, il dialetto mi fa sentire il sapore e il gusto della sottigliezza e mi conferma che esiste una lingua diversa per ogni persona, con le sue particolari invenzioni e sporcature.
Anche per questo provo a ricordare il dialetto e provo a parlarlo, consapevole di non sapere più ritrovare le espressioni e i toni che ho sentito suonare da persone amate e ormai scomparse: mentre mi faccio strumento di trasmissione entro più cosciente nel fiume ricco e variegato del linguaggio, mentre guardo il particolare mi avvicino a quella parte d'anima che ci fa tutti simili, mentre mi sento affondata in questa terra romagnola, provo a diventare cittadina del mondo.

2) In Romagna il dialetto cambia da città a città, anche le donne romagnole sono tutte diverse oppure hanno qualche tratto comune nel carattere e nel modo di pensare? Quali sono la sua visione personale e il suo sentire riguardo alla femminilità ed al carattere della donna Romagnola?

Sento suonare in questa domanda molti campanelli d'allarme! Com'è facile cadere nella tentazione di sottolineare la forza e il calore delle donne romagnole, la loro capacità di accoglienza, il loro istinto creativo e imprenditoriale, la loro capacità di costruire una microsocietà solida, confortante eppure autentica, la loro brusca capacità di essere originali fino alla scontrosità....
E com'è facile riscontrare nei personaggi che popolano i miei ricordi una vena di affascinante stregonerìa e una sorta di filosofia semplice ma non sottomessa al luogo comune che pare testimoniare di un legame ininterrotto con la comprensione quasi fisica dei grandi movimenti della natura e della storia?

Troppo facile. Mi sembra ancora una volta di tracciare l'agiografia di animali in estinzione, di specie protette, di esangui epigone di un tempo che fu. Mi sembra di disegnare un bozzetto celebrativo d'occasione.

Se oggi abbiamo tanto bisogno di sottolineare l'essere femminile rispetto al maschile o il carattere della donna romagnola rispetto ad altre donne, il modo di essere della donna rispetto all'uomo, la qualità di pensiero del vecchio rispetto al giovane e via di seguito, io temo che sia anche perchè ci rendiamo conto di non possedere davvero quello che ci sembrava di avere conquistato con il benessere e una cultura e scolarizzazione più diffuse, e intendo la parità di diritti tra gli esseri umani, una sempre maggiore comprensione e comunicazioni tra condizioni ed età diverse, un'equa possibilità di esprimere ciò che si è senza incorrere nelle sanzioni della maggioranza.

Eccoci allora a difendere e a glorificare tutto quanto sentiamo di avere perduto nella corsa ad uniformarci ad un comune linguaggio mondiale: per nostalgìa di un tessuto sociale più compatto e solido rischiamo di richiamarci ad uno stereotipo che ci consoli esimendoci dalla fatica di rimediare alla perdita.

Insomma: per sentirci in diritto di andare a recuperare dalla soffitta il dialetto, i nostri ricordi, una modalità di relazione, alcuni gesti antichi che ci mancano, la capacità di unire bellezza e utilità forse non è necessario ripetere quanto siano importanti o particolari tutte queste cose, ma sentire davvero che lo si fa perchè ci identificano, perchè ci appartennero, perchè abbiamo forse esagerato nella spinta verso il nuovo, nella scelta della libertà individuale rispetto alla coscienza di essere anche una comunità.

Se sottolineare le particolarità della donna romagnola significa dare un diritto di esistenza all'originalità di ogni cultura o persona, posso senz'altro dire che una voce femminile che parla dialetto mi evoca immediatamente una sensazione magica che contiene in sè due apparenti opposti: una grande magìa quasi altera e brusca e il calore dell'accoglienza senza condizioni.

Mi piace ricordare che le donne romagnole che ho conosciuto hanno sempre aperto la casa a tutti i girovaghi che ho portato, a tutti quelli che chiedevano un aiuto, che hanno sempre dato da mangiare a tutti, che non si sono tirate mai indietro rispetto alla comprensione dei cambiamenti, che non hanno mai rifiutato per principio nessuna razza, nessuna cultura, nessuna visione del mondo, specialmente se la potevano vedere da vicino e se ne potevano parlare fino ad esaminarne ogni piccolo particolare. Sono sempre state curiose e coraggiose. E quando hanno avuto paura l'hanno detto, senza fare finta, facendosela spesso così passare.

Ma ecco, vedi? già l'affetto e il senso d'appartenenza mi fanno travalicare i limiti della sorveglianza....
Mi piacerebbe che questo traboccare di affetto mi servisse ad innamorarmi di tutto e di tutti, nel momento in cui, attraverso il teatro, provo ad esprimere e capire anche quello che non conosco, immaginando di essere figlia, sorella, vicina di donne (ed uomini) che non conoscerò mai, provando a sentire familiare l'odore del cous cous come fosse quello della piadina. Forse a questo serve guardare bene quello che bene conosciamo.

Elena Bucci e la bravissima giornalista che sto cercando...


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