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13 maggio 2017
 
UNA ZATTERA MOBILE
intervista a Elena Bucci e Marco Sgrosso
 
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Stefania Landi dialoga con Bucci-Sgrosso a proposito del loro ultimo lavoro.
 

Allievi del grande Leo di Leo de Berardinis, Elena Bucci e Marco Sgrosso sono i fondatori, nel 1993 a Russi (Ravenna), della compagnia Le Belle Bandiere, che ha debuttato proprio nel Teatro di Leo con L'amore delle pietre.

Il 19 aprile ha debuttato al Teatro Santa Chiara di Brescia Le relazioni pericolose, ultima fatica della compagnia Le Belle Bandiere, prodotta dal Centro Teatrale Bresciano. Chiacchierando con i suoi autori e interpreti, Elena Bucci (Premio UBU 2016) e Marco Sgrosso, non solo si è steso un mordace affresco dei vizi della società nobiliare settecentesca, ma ci si è lasciati cullare dalle parole, che danno al loro teatro la forma di una `zattera mobile`, solida e capiente perché fabbricata con amore. Per il teatro e, prima ancora, per il suo legno naturale, l'uomo.

Com'è nata l'idea di adattare teatralmente questo testo?
 
Elena Bucci: Questo progetto viene da molto lontano. È tra i primi a cui abbiamo lavorato con Le Belle Bandiere ed è stata un'avventura, un innamoramento, proprio per la sua forma epistolare. Il testo ha avuto poi una grande fortuna, anche cinematografica, che si è quietata con il tempo. La classe descritta nel romanzo, che è ambientato in pieno secolo dei Lumi, è colta ed esprime con piacere la propria arguzia e intelligenza. Non ha bisogno di lavorare, potrebbe essere al massimo della sua efficienza... e impiega il tempo nella dissimulazione della noia e nel creare relazioni di potere, eludendo tutto quello che può essere autentico, passionale, istintivo, domandolo a un progetto, che quasi mai è un progetto di costruzione. La frase iniziale è potentissima: `Sicuramente queste cose sono accadute in altri tempi e in altri luoghi`, sono cose che fanno parte dell'umano. Lo sguardo lungo dell'autore su questa umanità brillante, ricca, raffinata ma sull'orlo di un baratro è simile ad altri momenti della storia. E riguarda anche questo momento, come se riempissimo il tempo di tante cose che simulano la passione ma che distolgono lo sguardo da una realtà che sta accadendo, che è molto evidente ma non si guarda.
 
In che modo in questo nostro tempo si dissimula?
 
Elena Bucci: Facebook, ad esempio, è uno strumento molto utile. Se però utilizzato come sostitutivo dell'amicizia, è indirizzato verso un'area che può avere la somiglianza dell'amicizia ma mette solo in moto un sistema economico che rientra sempre in un criterio di consumo. Ingloba anche l'amicizia dentro questo consumo, categorizzandola una volta per tutte, mentre l'amicizia comporta quella parte di rischio e sorpresa, ma anche di fascino e scoperta, che è l'imprevedibilità. Domandiamoci cosa facciamo con i mezzi che abbiamo. Nel momento in cui ci addormentiamo su questa domanda, viene meno il gusto della vita e della vitalità.
 
La messa in scena di un romanzo epistolare ha favorito la scrittura?
 
Marco Sgrosso: Noi spesso abbiamo scelto dei testi classici, contemporanei, testi personali, scritti per assoli... lavorare su un romanzo epistolare significa avvicinarsi – com'è accaduto anche in passato – a una teatralità che non passa soltanto attraverso il testo drammaturgico ma attraverso autori o tipi di scritture che in sé contengono già una teatralità. Il romanzo di Laclos è immediatamente teatrale. Noi poi abbiamo analizzato anche il testo di Hampton, che è autore anche della sceneggiatura del film, poi abbiamo letto Heiner Müller, che lo ha riscritto come Quartet, quindi abbiamo cercato di conservare il carattere dell'epistola e del tempo che passa dall'una all'altra. Una battuta che Elena ha voluto recuperare è: `Il tempo porta sempre la verità anche se non sempre la porta in tempo`. A volte l'evolversi della trama dipende dall'ingranaggio del tempo, che non funziona sempre allo stesso modo perché ci sono degli slittamenti o di tempo o di modo o di forma che mandano i piani all'aria.
 
Lo spettacolo ha avviato un percorso già direzionato, che ha una comunanza di visione con altri da voi affrontati, o la linea progettuale delle Belle Bandiere si definisce gradatamente?
 
Elena Bucci: Non c'è niente di scisso come di programmatico. Come compagnia abbiamo sempre cercato delle collaborazioni solide e vere, come questa con il Ctb (Centro Teatrale Bresciano) così lunga, fertile, basata su stima reciproca, molto rispetto e grande attenzione a ragionare insieme. Nonostante questo noi abbiamo sempre mantenuto un'autonomia, non abbiamo chiesto neanche finanziamenti ministeriali per riuscire, anche con il massimo rischio, ad avere la possibilità di vedere come cambiamo, e questo ci ha portato ad attraversare i campi più diversi. Poi ci si rende conto che i percorsi si intrecciano in modo molto forte, raddoppiando le radici. La nostra attenzione è rivolta sia al rinnovamento dei linguaggi sia all'approfondimento dell'interrelazione profonda con l'immagine, le luci, il suono. In questo caso abbiamo aperto la porta sullo scrittore, evocando il fascino enorme che si ha per la parola scritta che però, ribaltata con il massimo rispetto e ritrovata, viene riletta, riscritta, risituata per la scena. E riempita del gusto di attraversare personaggi diversi in un lampo.
 
Marco Sgrosso: Un'altra caratteristica del nostro lavoro viene dalla lezione del nostro Maestro Leo de Berardinis: esiste una scrittura scenica che non è necessariamente la messa in scena di un testo già scritto ma è una cosa che si compone. Rientra sicuramente in una continuità della compagnia, che è quella di considerare il testo dello spettacolo una cosa che non appartiene necessariamente solo all'autore. All'inizio abbiamo lavorato sul testo, come con Le relazioni pericolose, ad esempio con Gli occhi dei matti, in cui abbiamo affrontato L'idiota, con Cavaliere errante avevamo fatto un lavoro molto aperto su Don Chisciotte, io ho fatto una cosa su Memorie del Sottosuolo, Elena, nel suo lavoro sulla Duse, ha preso l'epistolario che aveva con Gabriele D'Annunzio e Arrigo Boito... poi, ad un certo punto, abbiamo proseguito il percorso con la rilettura dei classici. Iniziando con Il berretto a sonagli e Il mercante di Venezia: lì ci siamo proprio addentrati nel testo e adesso siamo su una zattera mobile.
 
Elena Bucci: Sono tutte cose che sono state portate avanti insieme. Alla base c'è sempre un'idea un po' pioniera di affrontare dei testi in due, come L’idiota, o in tre, spingendo il gioco del teatro, creando delle situazioni di rischio nelle quali passi qualcosa che va oltre il nostro controllo e spingendo sempre di più questo aspetto per non abituarsi a fare e rifare le cose che sappiamo fare. Cercando di creare dei progetti multipli, che spostino sempre il punto di vista e lo sguardo. La nostra grande forza è sempre stata un forte impulso relazionale attraverso il rapporto con il pubblico e con chi lavora con noi. Questo ci induce a forzare i luoghi: abbiamo fatto tantissime cose anche in luoghi non teatrali.
 
A proposito del rapporto con il teatro, e quindi con il pubblico, si tende a pensare che la programmazione dei teatri stabili, con il sistema di circuitazione che le appartiene, abbia frenato la progettualità delle compagnie. Vi sentite esenti da questo pensiero, avendo un rapporto, come si è detto, di fiducia e libertà nei confronti degli stabili con cui avete collaborato o vi è capitato di condividerlo?
 
Marco Sgrosso: Io penso che dipende. In parte è vero, mi capita quando guardo alcune programmazioni teatrali dove non capisco un filo, un progetto. Penso anche che il teatro sia veramente una porta aperta e quindi bisogna essere aperti a diversi tipi di pubblico. Quando noi facciamo uno spettacolo, l'obiettivo principale è cercare di arrivare al pubblico. Il teatro si fa con la gente. Gli spettacoli poi possono avere diversi livelli di lettura. È chiaro che se lo faccio solo per me e il mio gruppo di adepti, secondo me è inutile. Allora il discorso della programmazione teatrale diventa molto delicato. Importante è che un gruppo, una compagnia abbia una sua idea di progettualità, e noi speriamo di averla molto vasta.
 
Elena Bucci: Io credo anche sia facile generalizzare o deresponsabilizzarsi. La qualità teatrale però trovo non possa prescindere dalla libertà di creazione, la voglia di ribaltare l'esistente. Sono cose intrinseche, ci dev'essere un ribaltamento, un elemento catartico che sposti lo sguardo. Quando siamo partiti dal discorso della dissimulazione, all'inizio, forse nominiamo come ricerca cose che non lo sono, nominiamo come qualcosa di profondo e di valore qualcosa che sia intrattenimento e commercio... raramente sento che le parole corrispondano alla realtà. Questo spostamento di sguardo è un grande esercizio che forse stiamo praticando poco. Non sopporteremmo collaborazioni che non siano aperte, solidali, libere e basate su un grande rispetto del lavoro reciproco. E tutte quelle che abbiamo avuto fino ad ora sono state così. Grandi doti, intelligenza, cultura e perspicacia a volte vengono schiacciate da dei piccoli fini, dai quali non possiamo aspettarci che escano dei grandi risultati. Quanto veramente le persone che stanno lavorando intorno alle leggi del nostro patrimonio artistico stanno condividendo un progetto, condividendo anche l'idea che l'arte sia un mistero da inseguire? Quanto invece sono in moto dei meccanismi di potere? E torniamo alla prima domanda...
 
 
 

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